5 Indicatori Da Usare Nel Value Investing

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In poche parole, la strategia del “value investing” consiste nel comprare titoli a un prezzo inferiore rispetto al loro valore intrinseco. Come dice Warren Buffett, uno dei più grandi fautori di questa strategia, “il prezzo è quello che paghi, il valore è quello che ricevi.” Il value investing ha quindi l’obiettivo di assicurarsi che il valore che si riceve da un investimento sia sempre superiore rispetto al prezzo pagato per avere il titolo. Anche se a livello concettuale potrebbe essere facile applicare questa tecnica,  in realtà la difficoltà maggiore sta nel fatto che non sempre è semplice condurre una rigorosa analisi dei fondamentali della società oggetto di interesse. Il problema è che non esiste un metodo universale per analizzare un titolo. Ma nel value investing, qualsiasi investitore di successo vi dirà che concentrandosi su alcuni parametri fondamentali, si potrebbero ottenere degli ottimi guadagni. Questi indicatori fondamentali includono i dati finanziari e operativi di una società, che sono fra i parametri preferiti da alcuni degli investitori di maggior successo nella storia, tra cui trader del calibro di George Soros e Warren Buffett. Ma questo non significa che tutte le metriche sono uguali. Alcune meritano più attenzione di altri. A questo proposito, vediamo ora i cinque indicatori più importanti da utilizzare nel value investing.

1. Price to Earnings Ratio (P/E)

Il rapporto prezzo-utili (noto anche come P/E ratio o P/U, nella “versione” italiana) è uno dei più noti e preziosi fondamentali per valutare un titolo. Questo indicatore viene calcolato dividendo il prezzo attuale di mercato per l’utile per azione (ovvero il cosiddetto EPS, che quindi si otterrà dal rapporto tra l’utile netto dell’ultimo bilancio e il numero delle azioni in circolazione). Da un punto di vista teorico, rappresenta il numero di anni necessari a recuperare l’intero investimento se gli utili restassero costanti (ad esempio se il prezzo è di 10 Euro e l’utile per azione è di 1 Euro/azione, il P/E sarà quindi 10, che appunto sarebbero gli anni che bisognerebbe aspettare per recuperare il capitale investito, ipotizzando che gli utili siano costanti). Qualche volta il suo valore potrebbe essere molto alto semplicemente perché incorpora già delle aspettative future sugli utili (se secondo gli analisti e i vari operatori di mercato l’utile crescerà converrà acquistare ora a questo prezzo, piuttosto che all’uscita dei dati). Al contrario, se il P/E è molto basso, non necessariamente ciò indicherà una forte sottovalutazione, ma magari poca fiducia del mercato per degli utili previsti in calo l’anno successivo. Ovviamente al denominatore vi è un valore “fisso”, mentre al numeratore il prezzo di mercato che varia in continuazione, per cui conviene utilizzare al denominatore la media degli utili degli ultimi 3 anni (anche 5 a volte), così da rendere più significativa quella cifra (a volte gli utili possano essere “gonfiati” da entrare straordinarie, presenti in un solo anno). Generalmente, viene considerato un buon valore del P/E sei il numero è compreso tra 12 e 20.

2. Price to Book Value (P/B)

Questo indicatore fa riferimento al rapporto tra il prezzo di mercato (quotazione) di un’azione e il valore del capitale proprio della società risultante dal bilancio (valore di libro) per azione. Viene comunemente chiamato con diversi nomi, come Price to Book Value (P/B), Prezzo/Valore di Libro o Prezzo/Valore Contabile. Il valore di P/B da sempre attrae l’attenzione degli investitori. I titoli venduti a un prezzo ampiamente inferiore al valore contabile del patrimonio netto sono in genere considerati buoni candidati per portafoglio sottovalutati; al contrario, quelli venduti ad un prezzo superiore al valore contabile, sono l’obiettivo di portafogli sopravvalutati. Il suo calcolo è abbastanza semplice, ed è dato dal rapporto tra la capitalizzazione complessiva di una società (numero di azioni per prezzo di una singola azione) in un determinato istante e il patrimonio netto di quella società (prendete sempre l’ultimo disponibile dai bilanci, oppure una media di quello degli altri anni). In questo modo si otterrà un’idea di quanto il mercato valuta il patrimonio netto di un’azienda; se il multiplo vi venisse pari ad 1, significa che la capitalizzazione è esattamente pari al patrimonio netto, quindi evidentemente il mercato crede che la società non valga molto più del suo patrimonio netto. Se il multiplo è sotto 1 (quindi capitalizzazione minore del patrimonio netto) il mercato addirittura valuta la società meno del suo patrimonio netto, al contrario sopra 1 (quindi con capitalizzazione superiore al patrimonio netto), evidentemente il mercato valuta positivamente questa società, tanto che è disposta a pagare più del patrimonio netto.

3. Debt to Equity Ratio

Il debt to equity è un noto indicatore del value investing che può farci capire quanto una società sia indebitata rispetto al patrimonio netto. Per calcolarlo, basterà dividere i debiti onerosi (ovvero quelli su cui l’azienda paga gli interessi) per il patrimonio netto dell’azienda stessa. Una volta ottenuto questo numero, esso potrà essere superiore o inferiore a 1. Se è superiore, significa che l’azienda è troppo indebitata rispetto al patrimonio netto e nel lungo periodo potrebbe non essere una situazione sostenibile. Se è inferiore a 1, il livello di indebitamento non è elevato e rappresenta un dato positivo per la società.

4. Free Cash Flow

Il free cash flow (noto anche come flusso di cassa operativo) rappresenta il flusso di cassa disponibile per l’azienda ed è dato dalla differenza tra il flusso di cassa dalle attività operative e il flusso di cassa per investimenti in capitale fisso. Da non confondere con l’utile dell’esercizio, rappresenta in breve l’ammontare delle risorse finanziarie nette prodotte dall’impresa in un anno, come differenza tra tutte le entrate e tutte le uscite generate. L’utile dell’esercizio è invece rappresentato la differenza tra i ricavi e i costi sostenuti nell’anno, a prescindere dall’effettivo incasso dei ricavi per le fatture emesse e dall’effettivo pagamento dei costi per le fatture ricevute. Il flusso di cassa operativo si calcola sommando all’EBIT (Earnings Before Interest and Taxes) gli ammortamenti e la variazione (se negativa con segno più, se positiva con segno meno) del capitale circolante (ottenuto come differenza tra attività e passività correnti).

5. Price Earnings to Growth Ratio (PEG)

value investingIl PEG ratio rappresenta il rapporto tra il multiplo P/E e la crescita attesa per la società (moltiplicata per 100). Visto che possiamo intendere il P/E come il tasso di crescita degli utili per l’anno successivo, un buon valore del PEG è quando è inferiore a 1, perché significa che il tasso di crescita stimato degli utili è maggiore di quello espresso attualmente dal P/E. Ad ogni modo, un PEG negativo non sempre è un fattore negativo: bisognerà sapere se ad essere negativo è il numeratore (il P/E) e allora significa che la società ora non fa utili, ma la stima di utile si aspetta che li farà, fattore positivo, oppure il denominatore e allora ad essere negativo sarà la crescita attesa (e quindi è un fattore negativo). Ma, come forse qualcuno di voi avrà capito, il principale problema del PEG è dato dal fatto che al denominatore (il tasso di crescita atteso) si ha una “stima”, che quindi può essere corretta o meno e soprattutto può deludere o sorprendere le aspettative del mercato e dei suoi operatori, quindi di fatto presenta lo stesso grado di affidabilità-inaffidabilità del P/E. Tuttavia, rispetto al P/E è molto più adatto a valutare aziende piccole, con forti prospettive di crescita di anno in anno. Ad ogni modo, per valutare le società americane vi consiglio di dare un’occhiata alle stime fatte dal portale Value Line, mentre per quelle italiane-europee delle stime affidabili le potete trovare sul sito di Reuters.

 

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